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"Il maestro Ettore e l'amore di tutti i papà"


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Paese

Dati Generali
Il paese di DecimomannuDecimomannu è un Comune della provincia di Cagliari. Il centro, a 12 metri sul livello del mare, è sorto in zona pianeggiante all´interno di un´ansa del Rio Mannu. Conta 6978 abitanti. Dista 19 km da Cagliari. Da sempre crocevia della Sardegna meridionale, Decimomannu rappresentava la sede di diramazione della strada romana che, partendo da Carales, si biforcava per raggiungere Sulci e la Trexenta. Il toponimo rimanda al latino ad decimum lapidem, al decimo miglio.

Il territorio di Decimomannu

Altitudine: 3/275 m
Superficie: 28,05 Kmq
Popolazione: 6836
Maschi: 3447 - Femmine: 3389
Numero di famiglie: 2213
Densità di abitanti: 243,71 per Kmq
Farmacia: Piazza Municipio - tel. 070 962688 - 070 961110
Guardia medica: via Stazione - tel. 070 961091
Polizia municipale: via Roma, 1 - tel. 070 9660055
Carabinieri: Via Satta, 41 - tel. 070 961009

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Storia

DECIMO (Sardegna); una delle curatorie dell’antico giudicato caralese. Il qual nome ebbe dal suo capoluogo Decimo (oggi Decimo-mannu) così appellato da ciò che trovavasi alla decima pietra migliaria da Cagliari in su la via per a Sulci, com’è da stimare, sebbene manchino altri monumenti.

Topografia? Confina co’ dipartimenti di Cagliari, Nora, Sigerro, e Ippisgiosso.

La superficie vuolsi prossima a miglia quadrate cento. Le più parti ne sono distese pianamente, l’altre altrimenti; e così, dove sorge in vasta ed alta massa il monte Arcuòsu con poche altre minori eminenze a quelle connesse, e dove protendesi fra due piani immensi la catena de’ colli di Silìgua. È questa terra solcata dal Caralita, e dai suoi principali influenti; essi sono, da ponente, il Sigerro che gli si aggiunge dalla sponda destra a non molta distanza dalla foce; e il rio di Decimo-mannu formato alla estremità di questo villaggio dalla confluenza de’ rivi di Donori, e di Trejenta, che non molto indugia a mescersi in quello per un varco nella sponda sinistra. Il fiume Leni, altro tributario del Caralita, che portagli le acque di alcune pendici dei monti di Villacidro, come prima tocca il confine di questa curatoria entra nell’alveo maggiore.

I torrenti da grossi temporali nelle parti superiori del bacino accrescendo il volume delle acque, e di esso essendo incapace il canale poco profondo, però accadono delle inondazioni delle quali sono poco contenti gli agricoltori, e formasi un efflussorio per cui sgravasi non poca copia del Sigerro a lev. di Siligua.

Di acque sorgive è molta scarsezza nel piano, pochissima copia nelle colline, e alle falde de’ monti, non molta in quelli. È quindi necessità scavar de’ pozzi, ne’ quali ad una piccola profondità affluisce un umore mescolato di tali sostanze, onde si sperimenta al gusto non grato, allo stomaco grave.

Clima? Lo stato igrometrico è ben significato dalla poca elevazione del livello, da tanti canali, da alcuni ristagnamenti delle alluvioni, e massimamente dalla troppa vicinanza del gran lago di Cagliari; il termometrico non è onninamente quale potrebbesi stimare. Il calore estivo è rare volte ardente, che molto lo modera, se non il vento periodico, da mare a giorno avanzato, da terra nella notte, qualche altro che prevalga. Il freddo è mitissimo nell’inverno quando non scorravi l’aria gelida del borea. Onde che sole due stagioni per ineguali tratti vi si sentono regnare; una dolce primavera dall’ottobre al maggio, un’estate non focosa negli altri mesi.

Metereologia? È frequente l’ingombro della nebbia, e questa le più volte assai crassa, comechè niente se ne tema dai coltivatori, se inondi per i campi in altro che nel tempo che le spighe fioriscono; nel qual caso o molto o tutto è detratto dalla speranza dei medesimi, ove gli invocati venti dalla parte del maestrale pronti non soffino a sospingerla sull’acque dello stagno e ad asciugare i campi.

Il cielo non suole essere molto liberale di pioggie, ed è più spesso che neghi al bisogno, che dia sopra il medesimo. Quanto è rara questa prodigalità, tanto è pure raro il maleficio da furia di gragnuola o da saettamento. Non così dei venti. Vengono essi frequentissimi, e non è ostacolo che al piovoso libeccio. La loro violenza può alcune volte dare un’idea degli oragani. Ne’ tempi secchi veggonsi levare immensi turbini polverosi, e in essi e negli umidi molto patiscono le coltivazioni, massimamente le piante o per fratture o per rapimento de’ fiori e frutti.

Aria? L’autunnale è insalubre, ed allora nel massimo, è da potersi dire esiziale, quando si riempie della colluvione di tutti i miasmi esalanti dai terreni, che va squarciando l’aratro. Compiti i primi lavori se susseguan altre pioggie copiose essa è perfettamente bonificata anche un mese prima dell’inverno, e tolta ogni tema di pericolo a quelli che sian usi ad arie pure.

Popolazione? Erano entro questo dipartimento nel medio evo, per le memorie che restano, non meno di dodici popolazioni, delle quali sole cinque sono superstiti, cadute l’altre. In queste pongo il borgo del castello di Gioiosa-guardia, che oggi dicono di Siligua, Foixili, Sirvi, Siponti, e un’altra Uta; in quelle sono Decimo-mannu, s. Sperato, Siligua, Villaspeciosa, Uta.

Queste cinque popolazioni comprendevano nel 1800 anime 4634; nel 1835 erano cresciute a 6,651, in famiglie 2,044, presso il qual tempo solevansi annualmente numerare nascite 217; morti 151; matrimoni 67; di modo che sarebbe mirabile quell’incremento, se non si avesse una ragione nelle frequenti immigrazioni, e nella conversione di molti uomini di Silìgua e d’Uta dalla pastorizia all’agraria.

Da che de’ sunnumerati popolatori vengono non più di 64 a miglio quadrato, egli è chiarissimamente veduto come sia la regione leggiera di gente.

Se nell’addietro poteva essa a sufficienza somministrare con molta benignità a dodici popolazioni; certamente sarebbe anche di presente valevole ad altrettanto e a più, e direi al quadruplo dell’esistente moltitudine, dove alla feracità delle terre sovvenisse la intelligenza dell’arte, e ad una e ad altra la industria.

Agricoltura? Egli è ben vero che verso altre popolazioni agricole sono i decimesi degni di lode per lo studio loro nei lavori campestri.

Ecco quanti annualmente si sogliono seminare starelli, di grano 6,140; d’orzo 1,460; di fave 490; di legumi 300; di lino 207.

La fruttificazione comune è al quindecuplo per lo grano ed orzo, all’ottuplo per le fave, al decuplo per li legumi. Il lino raddoppia il seme e dona per starello circa libbre 200 di fibra. Il canape non si pregia, nè in alcun modo si cura comechè in certi siti venga non richiesto. V. in fine all’articolo Busachi provincia la equazione metrica.

La vigna produrrebbe nientemeno che nelle finitime regioni del Campidano e del Norese; ove e fosse piantata in una decente esposizione e migliore il processo della manipolazione. Mentre in Uta e in Santo-Sperato spremesi buonissimo mosto a vini e comuni e gentili per ciò che sono i grappoli da siti ben scelti; dovea per altra ragione aversi poco o niente buono dalle vigne prossime al monte sotto le correnti aeree dal borea. Ivi la vite deve e non poco patire anche dal gelo. Questa coltivazione non è molto estesa, come può apparire, da che il prodotto complessivo non ha molta quantità ridondante da una misura di quartieri 50,000; che però alla sufficienza dell’annual provvista devesene comperare dai dipartimenti finitimi.

Generalmente pochi e poco studiano alla coltura ortense.

Gli alberi fruttiferi? Non ne potrei numerare molti sopra i 22,000, ed essi di poche specie, e quelle non molto variate. Le più comuni sono ficaie, meli, peri, susini. A Santo Sperato vedrai amenissimi giardini, e gli aranci e limoni che vi allignano come in clima proprio. In territorio di Silìgua e regione la quale appellano Sinìgas, è una gran piantagione di agrumi e ben prospera. Troveresti e in Decimo-mannu e altrove situazioni egualmente felici a questa specie. Gli olivi che vi sono culti dicono con la lietissima vegetazione e copia di frutta che il clima è amico alla specie, ma diconlo a non intendenti. Di perastri è infinito numero ne’ luoghi incolti, massimamente al primo rilevarsi della terra a montagne.

Chiusi? Le proprietà che sieno cinte da siepe non paion occupare che un ventiduesimo della superficie. Quella suole esser viva, e di fichi d’India, de’ cui frutti si giovano i poveracci e si impinguano i maiali.

Ghiandiferi? Avvene nel monte, i quali, avvenga che per tutto siano mal governati, in molte parti divorati dalle fiamme, in altre diradati dalla scure, possono ancora non pertanto produrre quello che basti, e più, e impinguare un ottomila porci.

Bosco ceduo? È nelle lande grandissima copia di piante di nulli o vili frutti, fra alberi e arbusti. Alle sponde de’ fiumi ma in rarissimi luoghi sono delle specie proprie di tal sito, in più rari e brevi spazi sono dei pioppi, quasi l’unica specie che amisi coltivare, e quanto basti alle esigenze del luogo.

Prati naturali? Nelle terre umidose di Uta e Decimo, dove, quandochè accada ridondanza, stagna il più della pienezza, cresce copiosissima l’erba di specie tutte care al bestiame, di cui molto si miete e mandasi a Cagliari ne’ primi mesi estivi per nutrimento fresco a’ buoi e cavalli, il resto lasciasi putrefare. Quanto fieno si potrebbe raccoglierne in più segate? quanto e di più meglio potriasene ottenere se l’arte cooperasse alla natura?

Pastorizia? Sur essa va ogni dì guadagnando l’agricoltura. In altro tempo e silìguesi e utesi godean meglio esercitar la pastorale, e questa gl’infingardi stimavan più degna occupazione; ora venuti in altra opinione ed eccitati dal grave torpore, sono men studiosi de’ pascoli che de’ campi; ed è a tanto cresciuto il numero dei coloni (an. 1835), scemato quello de’ pastori; che così i primi riferivansi a’ secondi, come sei ad uno; intendi erano quelli 1980, i secondi 330. Tra il bestiame rude e manso sono capi 39,040, che si spartono in buoi da lavoro 1,420, vacche 4,440, pecore 16,400, capre 7,000, cavalli e cavalle 555, porci 7,460, giumenti 1,270.

È assai lodata la specie vaccina educata in Silìgua, ma merita assai più nel paragone quella che pasce ne’ prati di Uta. Essendo questo clima così, come è noto, propizio, è a sperare che verrà sempre più bella la razza che vassi propagando dai tori dell’onorevolissimo marchese Villa-Hermosa, che sia stato scritto in una pagina del Compilatore delle cognizioni utili di Cagliari da non so chi, cui non pertanto conoscono i saggi degnissimo della sferza puerile per la forma del dire, della pubblica per le cose temerariamente proferite.

Il preclarissimo cavaliere D. Francesco Serra di Uta, per lo cui studio la predetta specie cresce così felicemente, ha pure introdotta la razza delle pecore spagnuole e con molta intelligenza va sostenendola che non degeneri.

Perchè altri ricchi proprietari non si accomodano al bell’esempio, e studiano a far migliori le loro cose? Perchè non ordinano a’ loro uomini quelle più saggie maniere che si praticano altrove, e turpemente si ignorano, più tosto che di tutto abbandonarsi a’ medesimi, nei quali è o nessuna o una meschina prudenza d’arte.

Di formaggio pecorino puossi ottenere all’anno cantara 3,280, di caprino 1,400. Non traesi latte dalle vacche.

Alveari? Pochissimi in Uta, Silìgua e in qualche altra regione.

Caccia? Numerosissimi sono ne’ monti entro la circoscrizione di questo dipartimento, le famiglie de’ cinghiali e daini, onde è in gran parte provveduto il mercato della capitale abbondantissimo nelle più stagioni di questi generi, e però anche aperto alle brame dell’infima gente. I conigli poi sono nelle restanti parti del territorio cresciuti in tanto, che facciano notabilissimi guasti nei seminati de’ chiusi, e vietino la coltivazione dello zafferano.

De’ volatili sonovi le specie comuni dell’isola e assai moltiplicate. Tra gli uccelli di rapina accade dover menzionare l’aquila la quale dal chiarissimo cavaliere Alberto De-La-Marmora che ne diede cognizione adeguata è stata nominata dal Bonelli, e frequentemente trovasi agli acquitrini di Silìgua a far sue caccie onde poi si ricovera nelle rupi delle vicine montagne. Di pernici e uccelli acquatici è grande abbondanza, però meno a queste specie si rivolgono i cacciatori, che a’ merli e tordi dall’estremo autunno a mezzo lo inverno.

I cacciatori per professione non saranno meno di 60.

Pesca? Ne’ fiumi sono anguille gratissime al gusto siccome attestano gli intelligenti, muggini, trotte, ed orate. Quando crescono i fiumi si lavora a’ nassai, e per li varchi, onde sfoga la piena, ricevesi nella rete a sacco gran quantità. Non si numerano più di 40 persone che in certe stagioni si applichino a quest’opera; ed esse insieme saranno ben fortunate se dentro un anno possan coglierne 200 cantara di roba, e ottenerne mille scudi.

Mestieri? In quelli di prima necessità non si esercitano, che quanti bastano. Dei terrazzani di Decimomannu non pochi lavorano di creta, la quale trovano per tutto il territorio alla profondità di circa dieci palmi. In totale gli artigiani di tutto il dipartimento, non sopravanzano li 184. In tutte le case hassi uno o due telai per la fabbricazione di panni-lani e lini alle comuni e ordinarie vesti e coperte: si può però asserire che non vene sieno in attività più di 1484.

Commercio? I frutti maggiori dell’agricoltura si smerciano in Cagliari, i tori nel Campidano. Il vettureggiamento è poco agevole nell’inverno per le vie fangosissime, e i guadi pericolosi, nell’altre stagioni non sempre sicure; conciossiachè occorrono non infrequenti i ladroni che ove stimano poter operare con fortuna gittansi mascherati sopra qualche vetturino solitario che ritorni dalla vendita, e conciato male nella persona lo dimettono scarico del prezzo delle derrate.

Fiere? Se ne celebrano ben poche; delle quali la più celebre è per santa Greca in Decimo-mannu.

Carattere morale de’ decimesi? Li conoscerai sobri, laboriosi, pacifici, rispettosi delle leggi, e in poco dissimili dai vicini campidanesi nelle consuetudini, e in tutte altre cose.

Istruzione? Pochissimo curata. In tutte le scuole elementari mal ordinate e peggio dirette non si insegna che a 69 fanciulli, e in tutti gli uomini del dipartimento, comprensivi i ministri ecclesiastici e civili, a mala pena ne troverai 180, che leggano e scrivano passabilmente.

Da questo, e pur da quello che degli uomini di questo e de’ convicini dipartimenti pochi abbiano progredito nelle lettere e nelle scienze nasce l’opinione in cui sono alcuni delle provincie settentrionali del regno, alle menti de’ medesimi poco onorevole. Ei non sragionerebbero così turpemente se ponessero la mente ad altre cose da considerare, prima di uscire in sentenza così temeraria. Pochi in vero ebbero fama di grande ingegno, perchè questi laboriosi agricoli avvezzano di buon’ora i figli alla fatica, e li educano alla loro arte, quindi perchè non molti sono mandati alle scuole della capitale per non potersi sempre e regolarmente a’ medesimi somministrare il bisogno nella generale tenue fortuna, perchè quelli cui può darsi ogni comodo, dopo aver imparato quello che loro paja sufficiente alla propria condizione, infastiditi della vera inamenità scolastica, e in questo allettati dalle belle immagini d’una vita piacevole nella loro terra, a questa se ne ritornano. Chi ha potuto per più lustri far pruova e paragone dell’attitudine delle menti de’ giovani di tutta la Sardegna clamerà sempre contro siffatte stoltezze, che ancora si ascoltano in tempi di tanto lume.

Cose religiose? Sono in tutta la curatoria chiese 20, compresevi le rurali, e preti 12.

I frutti decimali si potrebbero calcolare in anni ubertosi a circa scudi 12,000.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a Decimomannu
17 Gennaio: Sant'Antonio abate, festa del Santo patrono. Si festeggia con i tradizionali falò.
ultima domenica Maggio: Sant'Isidoro
Ultima domenica di Settembre: Santa Greca – Viene festeggiata in tre momenti diversi: il 12 gennaio, si ricorda il martirio e la morte; il 1° maggio riti religiosi che manifestano la devozione dei fedeli e l’ultima domenica di settembre in cui si celebra l’Incoronazione e inizia la grande festa. La Sagra richiama ogni anno circa 250.000 fedeli che si recano al Santuario per invocare una grazia o per ringraziare la Santa martire di averla ricevuta. Le celebrazioni iniziano il Venerdì con il rito della vestizione del simulacro e proseguono fino a martedì. Il sabato e la domenica sono i giorni più importanti dal punto di vista religioso: nella giornata di sabato il simulacro incontra la reliquia della Santa, mentre la domenica si svolge l’imponente processione e la Messa Solenne. Alla Festa di Santa Greca, fanno da cornice, da sempre, i parchi di divertimento e centinaia di operatori commerciali provenienti da tutta la Sardegna e dalla penisola.